Testo tratto dall’intervista con Luca Caprioli in data 29/01/2025
Sono molto soddisfatto di aver vinto, insieme ad altri professionisti, i bandi di gara per la progettazione, ma sono anche fiero del fatto di essere andato a progettare qualcosa che rappresenta un pilastro della società, che è la formazione, l’istruzione.
Come nasce la tua passione per l’architettura? Quando? Dove?
È qualcosa che ho realizzato tempo fa, essendo questa una domanda che mi è stata già posta, e penso quindi alla mia infanzia, o forse alla mia adolescenza, e le mie origini. Io sono nato in un paese di provincia vicino alla capitale, un luogo caratterizzato da un’edilizia che, sebbene non sia di tipo popolare, è qualcosa che non ti “racconta” molto. Ricordo che, ogni volta che andavo a trovare i nonni nella Capitale, tutti i weekend, piano piano, era come se “mi si aprisse un mondo”: andare a vedere una città che non è un agglomerato di edifici, ma un organismo vivente, con mille stili, forme… non era solamente la mia città, ma un teatro, una scena aperta. Mi sono quindi chiesto “Ma come funziona? Chi è che gestisce questa cosa?”. Il mio interesse è nato probabilmente da tutto ciò, anche se magari inizialmente non proprio verso l’architettura, ma più nel capire come una città si forma e risponde alle esigenze.

Da chi e/o da cosa trai ispirazione nel tuo lavoro? Hai un mentore particolare?
L’esperienza che poi può darmi un’ispirazione costante me la devo ancora fare. Però devo dire che viaggiare fa tanto: ogni volta che viaggio ritorno con un’idea nuova, che sia un’immagine, un dettaglio, una forma, uno stile, tutto ciò che mi fa rivedere quello che sto progettando da un altro angolo. Per esempio, il mio viaggio in Norvegia, luogo dove è molto importante l’armonia tra costruito e natura e dove è tutto molto aperto e luminoso, mi ha aiutato ad avere spunti nuovi su progetti che magari avrebbero avuto un altro esito.

Qual è stato il tuo primo incarico?
Il mio primo incarico è stato ambizioso. Lavoravo già dai tempi dell’università, in uno studio di architettura romano, anche abbastanza noto. Mettevo mani su cose importanti, però non erano miei progetti. Mi chiamarono per una ristrutturazione: fecero un bellissimo investimento che fu l’acquisto di un immobile di ampia metratura in un palazzo del Settecento, del Valadier. E quello fu il mio primo progetto personale, ed è stato interessante, bellissimo, ma ha posto molte sfide. Ovviamente mettere mano su un edificio storico come quello è quasi “intimidatorio”, soprattutto quando poi ti trovi ad affrontare problemi strutturali e vincoli architettonici. Devi quindi prendere decisioni, valutare e gestire un cantiere… insomma, soprattutto quando si è alle prime armi non è per niente facile. L’esperienza però mi è piaciuta, credo di essere stato fortunato a poter iniziare da solo con questo “bel libro” da scrivere, un gran bel libro. Probabilmente è stato l’inizio di ciò che reputo importante, cioè saper lavorare sulla storia, insomma, saperla rispettare ma anche un po’ scardinare: ciò è un po’ il mio tratto distintivo.

Com’è nata la collaborazione con Mediaset e la creazione di Last 90?
È nata da un incontro fortuito e fortunato, con la scenografa Veronica Urbani che si occupava di diversi programmi, non solo Mediaset, ma in quel periodo stava curando l’allestimento della casa di un reality show, che è “Il Grande Fratello”. La sua richiesta mi ha permesso di esplorare un mondo che io in realtà già conoscevo, perché subito dopo l’università ho creato, con dei colleghi, una linea di design che si chiamava “A.Profiles”, grazie alla quale abbiamo partecipato al Salone Satellite e al Fuorisalone a Milano. Con questa collaborazione sono tornato a fare l’architetto – designer, e grazie ad essa è nata una linea che si chiama “Last 90”, un progetto fatto ad hoc per loro e per il reality show. È un esempio di product design che è stato decisamente entusiasmante, perché ovviamente dovevo pensare a un connubio tra praticità ed estetica basandomi su delle regole già predette da loro, visto che stavano allestendo un ambiente che doveva avere una propria armonia. Però è bello vedere un proprio oggetto che, mentre in altri casi deve seguire tutto un iter, che è di marketing, vendita, promozione, inserimento di progetto, lì è stato mostrato al mondo in un contesto stimolante.

Ci puoi raccontare il progetto di Casa Marinella?
Casa Marinella è un progetto che io definisco “iper-personale”, “iper-intimo”. Si tratta di una ristrutturazione di una casa sul litorale romano nord, al confine con la Toscana. Ho dato un input a uno stile provenzale, che doveva avere dei toni leggeri, e che doveva essere un connubio perfetto di quelle che sono le nuance della macchia mediterranea, ed in particolare di quella zona che è la Maremma laziale. Questa è la base del progetto, che sono andato poi a “scardinare”, a “sfidare” con degli elementi un po’ più distintivi, come la scala che è un taglio blu in ferro, e che spicca su questa tela color tortora; sempre con la stessa tinta di blu sono andato ad inserire un camino rivestito in piastrelle, che ricordano le sfumature marine, le profondità delle acque… è un progetto che mi ha spinto a prestare attenzione a spazi che non sono solo belli ma che raccontano la storia delle loro origini: ciò permette di viverli con emozione.

Abbiamo visto che ti occupi sia di progetti commerciali e residenziali che di design, hai un ambito che ti interessa maggiormente?
A me piace variare e sperimentare; spesso porto ciò che ho appreso in un determinato ambito, come quello commerciale (più funzionale e tecnico), in un altro ambito che può essere quello dell’hospitality. Ad esempio nei progetti residenziali mi piace creare spazi che riflettano la personalità delle persone, mentre quelli commerciali è ovvio che devo essere più attento ad unire estetica, funzionalità e scelte di impatto. Il design è qualcosa che poi fa da “coperta” a tutto quanto, che collega tutti quanti i miei progetti con dei piccoli oggetti che sono appositamente disegnati, e che pongono l’accento sui miei lavori.

Quale progetto ti ha dato più soddisfazione?
Il 2024 è stato un anno importante per me, tra progetti ultimati e molti altri che sono stati avviati. Ho progettato due scuole, che sono in fase di costruzione grazie a fondi PNRR; sono molto soddisfatto di aver vinto, insieme ad altri professionisti, i bandi di gara per la progettazione, ma sono anche fiero del fatto di essere andato a progettare qualcosa che rappresenta un pilastro della società, che è la formazione, l’istruzione. Mi rende abbastanza orgoglioso aver lavorato su queste scuole che, più che un incarico, è stato un modo per contribuire alla società e al futuro di chi le frequenterà, di chi si formerà lì. So quanto sia stimolante stare in determinati posti: mi è capitato di frequentare più scuole durante il mio percorso formativo, e frequentare posti che ti stimolano e che ti fanno venire voglia di frequentarli ovviamente è un plus. Questi sono dei progetti che mi hanno reso molto orgoglioso quest’anno.

A cosa stai lavorando ora?
Al momento ho dei progetti residenziali principalmente su Roma; sono però molto entusiasta di iniziare la progettazione di una delle prime chiese che verranno ricostruite nel territorio di Amatrice dopo il sisma del 2016. La progettazione di un edificio di culto è, che si creda o meno, qualcosa di molto emozionante, poiché è da sempre un simbolo di riunione, un posto dove le persone possono ritrovarsi, e, soprattutto in quelle zone, è un vero e proprio un sinonimo di rinascita. Rinascita non solo dell’edilizia, del commercio, del ritorno della gente, ma rinascita nel senso di una comunità che può avere un luogo di incontro e ritrovo: in territori del genere gli edifici di culto sono, a prescindere dalla religione, dei luoghi aggreganti.
Cosa ti auguri per il futuro?
Io adesso sono giovanissimo, però mi sto dando da fare. Mi sto occupando dell’acquisto, anzi ho appena acquistato, un locale che diventerà a breve il mio studio definitivo, almeno per adesso…insomma di definitivo non c’è mai nulla nella vita. Lo inaugurerò, credo, in primavera e mi auguro che diventi ciò che si dice la “culla” delle mie idee, della creatività per progetti futuri. Sarà uno spazio che tra l’altro ospiterà anche delle esposizioni. Per il mio futuro mi auguro che questo mio progetto abbia un buon esito, e spero che lasci un segno positivo sia nella mia vita, che nel quartiere dove si ergerà. Spero che gli altri vedano il significato profondo che io do a questo tipo di investimento. Una delle cose che mi spaventa di più è dover scegliere chi sono. Io non lo so precisamente, dovrei saperlo, però in realtà non lo so. È come quando un architetto progetta la propria casa: tra le varie sperimentazioni sono certo di poter esprimere… cioè io sono il luogo che abito, no? Quindi sarà, insomma, difficile per me scegliere e discernere chi è l’architetto Luca Caprioli.
Fonti:
Luca Caprioli
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