Testo tratto dall’intervista con Studio Bonturi in data 11/07/2025
L’Architettura non serve solo a contenere, ma a connettere. E quando un progetto riesce a diventare parte del quotidiano, senza imporsi, ma accompagnando, allora forse ha trovato il suo posto.
Come nasce la tua passione per l’architettura? Quando? Dove?
La mia passione per l’architettura nasce in modo naturale, quasi inevitabile. Figlio di due architetti, ho letteralmente respirato fin da bambino l’attenzione verso i luoghi. Lo studio di famiglia è stato il mio primo parco giochi: tra tecnigrafi, plastici e schizzi, ho imparato presto il fascino del costruire, del dare forma a un’idea.
Ho ereditato dalla famiglia non solo la vocazione, ma anche un’abitudine al viaggio come strumento per ampliare il proprio sguardo, raccogliere memorie, sperimentare soluzioni. Crescendo, ho voluto assecondare questa inclinazione trasformandola in metodo, in disciplina. Così ho intrapreso gli studi allo IUAV di Venezia, una città che è essa stessa una grande lezione di architettura, dove ogni angolo racconta un dialogo secolare tra acqua, pietra e luce.
In seguito mi sono trasferito a Torino, città che ho vissuto con intensità e partecipazione, sia all’interno dell’università che nella quotidianità urbana. È una città che troppo spesso viene sottovalutata, ma che custodisce una dignità silenziosa e un’eleganza austera, con un tessuto urbano capace di sorprendere chi sa guardare. Torino mi ha insegnato il valore della misura, del rigore, della stratificazione. L’ho abitata pienamente, e ancora oggi la considero una delle città italiane più stimolanti dal punto di vista culturale e architettonico.
Infine ho scelto Tokyo per la mia tesi, dove mi sono confrontato con un pensiero progettuale radicalmente diverso. Il mio viaggio a Tokyo è stato uno spartiacque: un’immersione in un mondo spaziale diverso, che mi ha insegnato a rallentare lo sguardo. Lavorando nel distretto di San’ya ho compreso il valore delle relazioni deboli, delle soglie, del vuoto come spazio abitato. Questa esperienza ha ampliato il mio vocabolario architettonico e trasformato il mio modo di osservare, pensare e progettare i luoghi.
Dopo una breve esperienza di co-docenza in Storia dell’Architettura presso l’Università degli Studi di Verona, e dopo alcune esperienze professionali tra Milano (Studio META e Andrea Maffei Architects) e Arzignano (AMAA), ho sentito l’esigenza di tornare nel territorio da cui provengo, raccogliere l’eredità dello studio di famiglia e dare finalmente voce alla mia visione.
Da chi e/o da cosa trai ispirazione nel tuo lavoro? Hai un mentore particolare?
La mia ispirazione proviene da molteplici fonti, eterogenee ma interconnesse da un filo sottile: il desiderio di interrogare il significato dell’abitare. Amo la carica utopica e teorica dei gruppi radicali degli anni ’60 e ’70, come Superstudio o Archigram, che hanno saputo smontare le certezze della disciplina per ricostruirla come visione critica e poetica. In quelle visioni c’è una forza destabilizzante che continua a parlarmi.
Allo stesso tempo, nutro una profonda ammirazione per i grandi teorici del restauro, per la loro capacità di leggere nel costruito non solo il passato, ma anche il potenziale futuro, con uno sguardo che unisce sensibilità, rigore e coscienza storica. In particolare, mi ha influenzato il pensiero di Marco Dezzi Bardeschi, figura chiave del restauro contemporaneo italiano, che ha saputo coniugare teoria e prassi in modo radicale e poetico. Per lui il restauro non è mai un’operazione neutra o nostalgica, ma un atto critico, un’aggiunta di senso al tempo, al luogo, alla materia.
Quella di Dezzi Bardeschi, così come quella di Camillo Boito, non è per me un’adesione fideistica, ma un dialogo vivo: la disciplina del restauro come gesto che accoglie l’impronta del tempo, accresce la memoria e rigenera il presente senza cancellare il passato. È da questa dialettica tra conservazione e innovazione che traggo ispirazione per il mio lavoro: non un semplice recupero, ma una creazione di senso attraverso la consapevolezza storica.
L’architettura svizzera mi ha insegnato il valore dell’essenzialità e del dettaglio. Peter Zumthor e Valerio Olgiati, con i loro progetti silenziosi e densi, parlano attraverso ciò che non è detto.
Infine, l’architettura giapponese – sia nelle sue espressioni tradizionali che contemporanee – ha lasciato in me un’impronta profonda. Mi affascina il suo rapporto con il tempo che scorre, con il vuoto che accoglie, con la natura che si riflette senza essere imitata. Non ho un mentore unico, ma piuttosto una costellazione di riferimenti che compongono un lessico personale in continua trasformazione.

Qual è stato il tuo primo incarico?
Il mio primo incarico pubblico è stato un’opportunità preziosa, quasi un manifesto d’intenti. Il Comune di Soave mi ha affidato la progettazione di un’area dal grande potenziale paesaggistico: un luogo affascinante, ma dimenticato, privo di identità e attenzione. Così è nato il progetto del Belvedere, uno spazio pensato per ridare centralità a quel tratto di territorio, restituendo alla comunità una prospettiva nuova e consapevole sul paesaggio.
È stato un lavoro che mi ha messo subito di fronte alla responsabilità dell’architettura pubblica: interpretare un luogo, valorizzarne l’anima e renderlo accessibile.
Mentre per quanto riguarda gli incarichi privati ho da poco concluso un appartamento a Soave. Nel cuore del centro storico del borgo murato di Soave, all’interno di un tessuto edilizio denso e stratificato, questo intervento di ristrutturazione e interior design nasce da un obiettivo chiaro e dichiarato: permettere al pavimento originario in Rosso Verona, autentico patrimonio materico dell’abitazione e della zona di diventare il fulcro attorno al quale ruota l’intero progetto. L’appartamento si sviluppa su due livelli, ed è caratterizzato da una sequenza spaziale fluida e luminosa. La planimetria, vincolata dalle preesistenze e dall’irregolarità dell’edificio storico, viene reinterpretata con linee nette, soluzioni essenziali e una palette che valorizza la matericità calda e irregolare del marmo rosso. Un elemento cardine del progetto è la scala metallica bianca che conduce a un piccolo terrazzo, da cui si gode una vista privilegiata sul Castello di Soave: un gesto architettonico verticale e poetico, accentuato dalla luce zenitale che filtra da un grande oculo circolare. Questo dispositivo, tanto funzionale quanto simbolico, introduce un’esperienza ascensionale, trasformando un semplice collegamento in un momento contemplativo.

Ci puoi raccontare lo svolgimento della tua tesi a Tokyo?
La mia tesi a Tokyo nasce dalla volontà di confrontarmi con un modo radicalmente diverso di pensare lo spazio. In occasione della mia tesi, ho scelto di studiare il distretto di San’ya, una zona storicamente marginale, sospesa tra memoria collettiva e trasformazione urbana, tra invisibilità sociale e densità culturale. Per 38 giorni ho abitato Tokyo e spesso tornavo in questo quartiere, camminando le sue strade, osservando, annotando, lasciandomi attraversare dal tempo lento e stratificato di questo luogo unico. È stata un’immersione profonda, quasi antropologica, fatta di ascolto e presenza. Ho raccolto immagini, racconti, gesti quotidiani, trasformandoli poi in materiali di riflessione e progetto. La tesi, sviluppata in dialogo con Kazue Akamatsu – architetto e docente presso il Kyoto Institute of Technology, figura chiave della mia esperienza – ha indagato il tema dello spazio pubblico e del confine tra privato e collettivo. Concetti come Ma, En e Oku, propri della cultura spaziale giapponese, sono diventati strumenti di lettura e di progetto, capaci di ampliare il mio vocabolario architettonico. Il lavoro si è poi concretizzato in un progetto all’interno del Joyful-Minowa shopping mall e del vicino Zuiko Park, luoghi densi di possibilità ma trascurati, in cui ho cercato di prefigurare nuove “stanze urbane”: spazi di soglia, di convivenza, di micro-resistenza al consumo dell’identità urbana. Tokyo, in questo senso, non è stata solo un luogo di studio, ma un vero e proprio spartiacque. Lì ho imparato a rallentare lo sguardo, a cogliere le relazioni deboli tra le cose, a progettare per sottrazione. Un’esperienza che ha segnato profondamente il mio modo di leggere i luoghi e di immaginare l’architettura.
In cosa consiste il progetto Gusset a Soave?
Il progetto “Gusset” è un belvedere realizzato a Castelcerino, sui colli di Soave, in un luogo prima trascurato ma carico di potenzialità paesaggistica. Si tratta di una soglia architettonica tra costruito e natura, un piccolo dispositivo spaziale che si ancora alla terra e si apre al cielo, cercando un equilibrio silenzioso tra presenza e rispetto del contesto.
Non è un’architettura che impone, ma che si offre: alla vista, al cammino, alla sosta. L’abbiamo pensato come una vera e propria stanza all’aperto, uno spazio senza soffitto ma con un orizzonte per parete, in cui il paesaggio diventa materia costruita. È un luogo accessibile, pensato per accogliere tutti, in cui ci si può fermare, sedere, contemplare. Non volevamo che diventasse un monumento, ma un gesto semplice di attenzione verso il paesaggio e chi lo vive. Un’architettura che non pretende di dire, ma invita all’ascolto e all’incontro. Un punto di equilibrio tra l’opera pubblica e lo spazio intimo.

Hai avuto esperienze lavorative precedenti? Se sì, ti va di parlarcene?
Sì, ho avuto la fortuna di lavorare in studi molto diversi tra loro. La mia prima vera esperienza è stata a Milano, nello studio Meta. Un impatto diretto con la realtà del costruire che mi ha formato moltissimo. Successivamente ho collaborato con Andrea Maffei, dove ho seguito concorsi e progetti complessi, e poi allo studio AMAA di Arzignano, diretto da Marcello Galiotto e Alessandra Rampazzo. Un’esperienza intensa e preziosa, in cui ho lavorato a progetti pubblici e privati, sviluppando ulteriormente la mia sensibilità verso il costruito e la narrazione del progetto. Tutte queste tappe hanno contribuito a definire il mio approccio, fatto di dialogo, cura e attenzione al contesto.
Quale progetto ti ha dato più soddisfazione?
“Gusset” è, ad oggi, il progetto che mi ha restituito la maggiore soddisfazione. Non solo per il risultato formale, ma per ciò che ha innescato. L’Architettura privata ha un’intimità profonda: ti mette in dialogo con desideri individuali, abitudini, storie personali. È un esercizio di empatia, di ascolto ravvicinato. Ma è nell’Architettura pubblica che ho sentito pienamente il senso della responsabilità progettuale. Qui il committente è diffuso, silenzioso, spesso invisibile. Progetti per chi non conosci, per chi verrà dopo di te, per chi magari non saprà mai che quel luogo è stato pensato. Con “Gusset” ho capito che l’architettura pubblica è un atto di fiducia: crei uno spazio e poi lo lasci andare, lo affidi al tempo e agli altri. È un gesto che appartiene, da subito, alla collettività. Vedere persone sostare lì, leggere, contemplare il paesaggio, trovare conforto in quel piccolo spazio, è stato un segnale fortissimo: l’Architettura non serve solo a contenere, ma a connettere. E quando un progetto riesce a diventare parte del quotidiano, senza imporsi, ma accompagnando, allora forse ha trovato il suo posto.

A cosa stai lavorando ora?
Attualmente sto seguendo diversi progetti, sia pubblici che privati, ciascuno con le sue sfide e potenzialità. Tra i principali c’è la realizzazione della nuova sede di una storica azienda locale, un intervento che cerca un equilibrio tra rappresentanza, funzionalità e identità territoriale.
Sto lavorando anche alla progettazione di un importante spazio polifunzionale a Soave, destinato a diventare un punto di riferimento culturale e sociale per la comunità. È un progetto che nasce dal desiderio di creare uno spazio aperto, flessibile, capace di accogliere attività diverse ma unite dalla qualità dello spazio condiviso.
In parallelo, sto seguendo tre residenze: una nel centro storico di Soave, una sui colli soavesi e una nel Comune di Verona. Inoltre, sto sviluppando un complesso residenziale di sei unità abitative, un’attività commerciale nel centro storico e un poliambulatorio in un Comune limitrofa. Ogni progetto è per me l’occasione per riflettere su scala diversa, ma con la stessa attenzione alla relazione tra spazio, identità e paesaggio.
Parallelamente porto avanti la partecipazione a concorsi, che considero fondamentali per coltivare una ricerca progettuale libera, anche quando non portano a realizzazioni immediate. Tra i più significativi, la selezione per la cappella nel bosco del Santuario della Verna, e l’adeguamento liturgico della cattedrale di Ugento, dove abbiamo ottenuto il secondo posto in collaborazione con artisti e liturgisti.

Cosa ti auguri per il futuro?
Mi auguro di continuare a progettare con autenticità, con attenzione verso i luoghi e le persone.
Vorrei che l’architettura tornasse ad avere un ruolo culturale forte, capace di generare consapevolezza e non solo risposte funzionali. Credo che oggi più che mai ci sia bisogno di uno sguardo progettuale capace di interrogarsi sul senso profondo dell’abitare, del costruire, del trasformare. Personalmente, sogno di mantenere viva una ricerca progettuale autentica, lontana dalle mode, radicata nel territorio ma capace di dialogare con il mondo. Un’architettura che sappia ascoltare, interpretare, e restituire senso: per me questo resta il compito più nobile del nostro mestiere

Fonti:
Studio Bonturi
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