Testo tratto dall’intervista con kiez.agency del 28/05/2024.
La nostra architettura è un accompagnamento nello spazio di un percorso, dove la nostra attenzione viene maggiormente rivolta alle persone.
Come nasce kiez.agency? Quando? Dove?
kiez.agency è una cooperativa di professionisti, ci conosciamo dal 2017 e abbiamo collaborato con liberi professionisti decidendo poi a seguito di un percorso di accompagnamento di sancire l’apertura del nostro studio il 6 di Marzo, il giorno prima del lockdown. Siamo di base a Bologna ma ci rivolgiamo a tutta l’Emilia Romagna.
kiez è un termine tedesco che significa rione, uno spazio con una propria identità e riconosciuto dagli abitanti di quel luogo, senza il bisogno di un confine formale, un’identità del luogo riconosciuta dalle persone. Rappresenta molto uno dei nostri principi fondanti, il rapporto tra lo spazio e le persone.

Da chi e/o da cosa traete ispirazione nel vostro lavoro? Avete un mentore?
Non abbiamo un mentore in particolare, traiamo ispirazione da quello che ci circonda, dai vari stimoli e dai vari progetti anche all’estero. Se dovessimo scegliere, sicuramente il pensiero di De Carlo nell’ottica di rendere le persone partecipi alla creazione dello spazio e non solo come fruitori, è un qualcosa a cui ci ispiriamo molto. Una generale attenzione a quello che è lo spazio vissuto, quello percepito, quello che ti rappresenta nel bene e nel male. Sicuramente cerchiamo un’attenzione alla percezione e ad un
collegamento con lo spazio.

Qual è stato il vostro primo incarico come kiez.agency?
Il primo incarico come kiez.agency è stato un progetto di rigenerazione urbana nel comune di Medicina, un paese vicino a Bologna. Nel 2018 è stato indetto nella regione Emilia Romagna il primo bando di rigenerazione urbana, un finanziamento per la trasformazione dello spazio pubblico.
Il progetto si sviluppa nell’area nord della città, a Borgo Paglia. Abbiamo creato un percorso denominato “Borgo Paglia in comune”, che prevedeva la riqualificazione di vari spazi pubblici che dovevano essere integrati nel loro contesto.
La trasformazione era organizzata per strati, il cantiere si spostava di luogo in luogo andando a riqualificare tutto Borgo Paglia. Il quartiere era considerato pericoloso dai cittadini e il percorso di riqualificazione è durato diversi anni. Abbiamo spinto il progetto nel 2018, è stato finanziato nel 2019 e sta chiudendo solo ora. Abbiamo avuto delle problematiche anche nell’organizzazione degli incontri con i residenti, durante il periodo del Covid. A causa dell’età avanzata della maggior parte dei cittadini, Medicina è diventata zona rossa e abbiamo dovuto riprogrammare il processo partecipativo che prevedeva degli incontri per spiegare la trasformazione dello spazio.
È stato creato quindi un giornale dove veniva raccontato il progetto e le sue caratteristiche, arrivando così alle persone sorpassando la barriera del contatto fisico.
Questo progetto rappresenta bene la nostra idea e il nostro modo di agire sullo spazio, con le persone e attuando strategie di interazione e comunicazione, coinvolgendo tutte le sfaccettature che vogliamo portare avanti.

Potete parlarci della collaborazione con ZAC! e del progetto fuoriCENTRO per gli spazi esterni di Movicentro ad Ivrea?
ZAC è una cooperativa sociale conosciuta grazie al festival “bottomap” della fondazione dell’architettura di Torino, che nel 2021 ha aperto una call per cercare di raccogliere progettisti tecnici e realtà che partendo dal Piemonte avrebbero avuto bisogno di un supporto tecnico per la loro trasformazione. La cooperativa ZAC ha in gestione il Movicentro, una infrastruttura adibita allo scambio dei mezzi di trasporto. Un’area incredibile, ma un luogo triste, una sorta di stazione di periferia. Nel momento in cui passano le scuole viene invaso, moltissime persone lo attraversano ma non ci sostano mai. Questo spazio veniva percepito come insicuro e si voleva trasformare un luogo di attraversamento in un luogo di sosta e permanenza.
Abbiamo fatto un percorso di accompagnamento con loro, una prima fase di percorso partecipativo nell’estate del 2022, e poi nel settembre dello stesso anno abbiamo fatto una giornata di
sperimentazione. Abbiamo chiuso la piazza al traffico e abbiamo sperimentato come poteva avvenire quella trasformazione creando una campagna di crowdfunding, riuscendo a raccogliere abbastanza. Nel settembre successivo è stato organizzato un workshop di tre giorni con studenti e giovani professionisti, per poter realizzare questo progetto di trasformazione.
Il progetto consisteva nella costruzione di immobili da inserire nella scalinata che porta al Movicentro e realizzarla con giovani studenti ci ha fatto accorgere che l’università rimane molto teorica o molto esecutiva, senza mai portare a costruire realmente.
Questa iniziativa ha aiutato a far accorgere che qualcosa si poteva fare e che c’era uno spazio sul quale lavorare, un punto di inizio sul quale lavorare poi successivamente.

In cosa consiste sMUOVITI, il percorso partecipativo organizzato a Granarolo dell’Emilia?
sMUOVITI è un percorso partecipativo sulla mobilità sostenibile, fatto nel comune di Granarolo dell’Emilia, sempre poco fuori Bologna. Questo progetto andava ad indagare nuove forme di mobilità sostenibile, siamo riusciti a dare risposta ad una necessità del comune, che cercava di lavorare sulla mobilità alternativa. Abbiamo fatto un percorso sulle abitudini di mobilità di chi lavorava in comune per fare un portare avanti una campagna di sensibilizzazione, indicando le alternative possibili.
È stata costruita una grande stampa dove era rappresentato tutto il comune di Granarolo, all’inizio di ogni incontro abbiamo chiesto di mettere una pedina nel punto di partenza della giornata e poi nel punto di lavoro o di studio, indagando insieme attraverso delle carte, come un gioco, quelli che potevano essere i cambiamenti di mobilità in quel percorso. Più la scelta di mobilità cambia in termini più sostenibili più si ottenevano dei punti. Questa dinamica di gioco e di confronto ha aiutato a capire meglio e a creare un dialogo dando degli strumenti per giudicare e insegnare qualcosa di più sulla mobilità sostenibile, dando degli input all’interno del gioco senza risultare noiosi.

Da dove nasce l’idea per INstabile? Come si è svolta la co-progettazione?
INstabile è un progetto nato nel 2015. Deriva da due input, l’idea di entrare dentro lo stabile, sul quale si stava lavorando, e l’idea che il lavoro sarebbe stato instabile e frammentato. Si è lavorato su un immobile
di ACER (azienda case Emilia Romagna). L’edificio è rimasto chiuso per anni e chi ci abitava intorno lo vedeva svuotarsi e voleva riempirlo. È un percorso che dura da nove anni, inizialmente si sono accolte le idee intorno all’immobile, accogliendo bisogni e potenzialità. Abbiamo fatto poi un patto di collaborazione e un comodato d’uso per poter entrare all’interno dello stabile e utilizzarlo in parte. Successivamente ci siamo chiesti come poter utilizzare l’edificio ora che era sistemato, organizzando un secondo step di incontri partecipativi.
È una progettazione continua, bisogna continuamente pensare a quello che sta succedendo e a quello che si vorrebbe realizzare, che budget si ha, quanto tempo, ecc.
Ci siamo creati un abaco delle competenze, ogni persona aveva un foglio dove scriveva il suo nome e i suoi impegni, tre cose che poteva insegnare agli altri, e tre cose che voleva imparare. Questo ci ha permesso di visualizzare tutto il bagaglio di competenza delle persone attive nel progetto. Partire dalle persone e da quello che possono darti rendendoti conto del capitale che hai in mano.

Quale progetto vi ha dato più soddisfazione?
In nessun progetto abbiamo avuto più o meno soddisfazione, svolgiamo un’attività molto eterogenea. Siamo architetti e svolgiamo attività di pianificazione e progettazione di edifici ma lavoriamo molto e con cura anche sul rapporto con le persone. I progetti a contatto con le persone danno più soddisfazione perché vedi direttamente la felicità di esse. Tralasciando la parte umana ci piace molto lavorare su scala urbana, in uno dei tanti progetti abbiamo partecipato ad un concorso a Santeramo in Colle, in Puglia. Siamo arrivati secondi ma abbiamo avuto la possibilità di confrontarci con il territorio e con varie progettazioni.

A cosa state lavorando ora?
In questo momento stiamo lavorando ad un progetto sull’inclusione, un lavoro complesso partito dalla riprogettazione degli spazi interni degli istituti scolastici. C’era un progetto sulle piazze scolastiche e sulla loro riqualificazione, cercando di rispondere alle varie esigenze della nuova società ci siamo resi conto dell’importanza dell’inclusione, sia di genere che di religione, così come di età. Abbiamo iniziato a confrontarci con questo tema ed ora allegato al piano urbanistico è stata costruita una riflessione sui temi di inclusione a livello progettuale sullo spazio pubblico. Utilizziamo tre strumenti principali: un questionario da somministrare al progettista che vuole realizzare uno spazio pubblico, un secondo questionario rivolto al target verso il quale e rivolto, cercando di capire quali sono le caratteristiche dello spazio, per poi arrivare a una tabella, dove a seconda della tipologia di incroci dei due questionari hai delle prescrizioni su quali aspetti spostare l’attenzione nel progetto. Il terzo strumento è un esempio grafico, rivolto agli architetti, da cui prendere spunto per risolvere le varie problematiche.
È uno dei progetti più interessanti che stiamo facendo in questo momento, sfortunatamente non ci sono ancora gli strumenti operativi per risolvere le varie problematiche ma la discussione è ancora molto teorica.

Cosa vi augurate per il futuro?
Ci auguriamo che il nostro approccio venga sempre più apprezzato e riconosciuto. Le scelte che abbiamo fatto non sono state facili e la nostra architettura non è più facilmente riconoscibile. Lavoriamo seguendo un accompagnamento nello spazio di un percorso, e rivolgiamo una particolare attenzione alla persone, che non è facilmente condivisibile e apprezzata. In generale l’ambizione è quella di essere sempre più riconosciuti, non solo noi ma soprattutto il nostro metodo in cui crediamo fortemente.

Fonti:
kiez.agency
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