Testo tratto dall’intervista con Spazio Trasversale Architects in data 30/03/26
Il progetto non è un prodotto che termina con la sua realizzazione, ma è qualcosa che, una volta che prende il largo, debba essere capace di vivere di vita propria. Per noi un progetto diventa un utensile, un mescolatore dei processi.
Come nasce Spazio Trasversale? Quando? Dove?
Simone
Spazio Trasversale nasce nel duemilaventiquattro a Barcellona, dopo delle esperienze di lavoro congiunte. Sia io che Artemis ci siamo resi conto che condividevamo la stessa idea, cioè che l’architettura non sia una pratica individuale, ma un lavoro collettivo: da questo incontro di collettività si trae valore quando alla base ci sono delle esperienze eterogenee. Abbiamo un’esperienza formativa molto diversa: lei è un’architetta greca che si forma a Salonicco, a Bordeaux, ha lavorato a Parigi, in Grecia, in Spagna e in Italia; io sono italiano, mi sono formato a Roma, Milano e a Darmstadt in Germania e ho lavorato a Barcellona e qui in Italia, insieme al percorso di architettura, affianco anche un percorso formativo in composizione di musica elettroacustica.
Artemis
Diciamo che veniamo da due campi abbastanza diversi.
Simone
Lavorando ci siamo resi conto che funzioniamo bene insieme perché condividiamo una visione, ma alla base abbiamo una formazione talmente diversa che si “incastra” bene e da questa diversità ne esce un valore aggiunto. Quindi Spazio Trasversale nasce a Barcellona e poi abbiamo deciso di portarlo praticamente dove siamo nati e cresciuti: quindi Spazio Trasversale lavora tra Italia e Grecia. Perché Rieti e non Roma o Drama e non Salonicco? Perché noi crediamo che questa esperienza formativa e professionale che abbiamo fatto nel corso degli anni ci abbia dato molto e questo “molto” vorremmo cercare di restituirlo a quelle aree dell’entroterra dove molte volte i circuiti della grande architettura strutturata, delle grandi firme, non arrivano. Non arriva magari neanche quel protocollo lavorativo, quel metodo… Ecco, per esempio, noi abbiamo lavorato entrambi per diversi anni da Benedetta Tagliabue e nel suo studio abbiamo scoperto questo protocollo di lavoro profondo, dedicato, dettagliato in cui un progetto inizia e finisce dopo anni: anni in cui il progetto viene montato, smontato, montato nuovamente, analizzato da ogni punto di vista e questo è qualcosa che aggiunge molto valore. Quindi cerchiamo di portare un pizzico di questa cosa, senza assumerci la presunzione di impersonare il metodo, cercando di applicarlo nei nostri entroterra.
Artemis
Abbiamo visto che adottare questo metodo, poi, porta a dei risultati davvero unici.

Da chi e/o da cosa traete ispirazione nel vostro lavoro? Avete un mentore particolare?
Artemis
Abbiamo chiamato il nostro studio “Spazio Trasversale” poiché lo pensiamo come uno spazio che porta insieme diverse cose, diversi ambiti. Quindi non prendiamo ispirazione da una parte, da una cosa, ma ci interessa tutto. L’arte, la politica… Però come approccio alla progettazione c’è sempre un riferimento a un pensiero sociale che spesso viene anche da un’idea politica. Crediamo in un progetto che nasce dal basso, quindi che non sia imposto ma che sia frutto di un confronto e di una partecipazione pubblica. Noi sosteniamo che sia giusto che il nostro lavoro sia al servizio della gente, ma allo stesso tempo crediamo anche che la gente debba influire e partecipare. Quando finalmente iniziamo a disegnare, allora creiamo uno spazio fluido, che si può trasformare, che può essere usato in diversi modi allo stesso tempo. Ci piace pensare che noi lavoriamo come un giardiniere, vediamo le nostre cose che maturano piano piano. Lavoriamo tanto con i modelli fisici per vedere come lo spazio cambia, come diventa interessante. Quindi, sì, ci piace pensare che sia un lavoro da artigiano.
Simone
A Barcellona abbiamo potuto approfondire anche la figura di Miró. Un insegnamento che ci portiamo via è che il progetto non è un prodotto che termina con la sua realizzazione, ma è qualcosa che, una volta che prende il largo, debba essere capace di vivere di vita propria. Per noi un progetto diventa un utensile, un mescolatore dei processi.
Artemis
Possiamo dire che Benedetta Tagliabue è il nostro mentore, e abbiamo avuto la fortuna di lavorare direttamente con lei ed è nel suo studio che siamo cresciuti come architetti: abbiamo imparato tutto, da come gestire un progetto, come organizzare un team, come confrontarci con clienti e collaboratori. Penso che la cosa più importante che abbiamo imparato è di non aver paura di cambiare il progetto: un progetto può durare anni, inizi con un pensiero, un’idea, e questo progetto cambia, si aggiungono nuovi elementi, nuovi materiali, e alla fine arrivi dopo anni a un qualcosa di maturo e nuovo, che parla da solo, che è unico e che probabilmente non avevi considerato al principio. Da Benedetta abbiamo imparato che questo è il valore dell’architettura. Il tempo è materia di progettazione, ossia un processo che si espande e che attraverso questa espansione incorpora sempre nuovi elementi, che alla fine lo arricchiscono. Più che la gestualità è il processo che alla fine forma il prodotto.
Qual è stato il vostro primo incarico come Spazio Trasversale?
Simone
Il primo incarico è stato un progetto per la riqualificazione di un antico mulino in un paesino, in provincia di Rieti. Siamo andati a vedere questo mulino, era un rudere, piccolissimo. Tutto era crollato, c’erano quattro mura intorno e le quattro mura non erano neanche complete, era un disastro. Ci siamo presi del tempo, anche perché questa struttura era bellissima, nella sua piccolezza, immersa in una valle, in un bosco, vecchissima, le prime tracce di questa struttura risalgono al millecinquecento. Abbiamo fatto delle ricerche storiche, archivistiche, documentali, e abbiamo capito che era solo uno dei sei mulini che popolavano tutta questa valle. Quindi, dal singolo manufatto è diventato un progetto per una valle, un progetto molto più ampio che incorpora molti più oggetti. Quindi si è partiti da una fase di restauro conservativo e poi dopo siamo entrati in una seconda fase che è quella di progettazione, il cui obiettivo è quello di creare un master plan per la valle per cercare di fare un circuito di installazioni e residenze artistiche.

In cosa consiste il progetto Rinascita del Velino, il quale ha ottenuto il 3° premio per il Concorso Nazionale di Riqualificazione del fiume Velino a Rieti? Come sono organizzati i tre poli d’intervento?
Artemis
Dobbiamo dire che era un PFTE, quindi non era un concorso di idee, quindi qualcosa di difficile da realizzare in poco tempo.
Simone
È un progetto ambientato sulle rive del fiume Velino, che attraversa la città di Rieti in maniera periferica tangendo le mura cittadine medievali. Il progetto nasce dal capire che cosa fosse il fiume Velino per la città nel corso degli anni. Abbiamo scoperto che il fiume era “croce e delizia” come dicono i locali: delizia perché portava tantissime risorse alla città, croce, invece, perché gli argini non erano regolati e quindi questo fiume esondava spesso. Cosa interessante è che nel ritirarsi lasciava un terreno particolarmente favorevole per l’agricoltura. Quindi questo essere croce e delizia, questo atto del fiume di andare verso la città per poi ritirarsi è diventato il nostro concetto: una città che si affaccia sul fiume, il fiume la riceve, in questa intersezione tra le parti nasce il nostro progetto, cioè un terreno fertile affinché possano maturare tutta una serie di cose, come dei sistemi aggregativi.
Artemis
Dopo che abbiamo aperto lo studio qui a Rieti, questo è stato il primo concorso a cui abbiamo partecipato: il fatto di poter partecipare ad un concorso ambientato nella città in cui ci siamo stabiliti per noi è stato fantastico. È anche stata la prima volta che abbiamo veramente applicato questa maniera di lavorare e per la quale abbiamo messo insieme un gruppo di professionisti locali, come uno strutturista, un geologo, un geometra ed uno storico locale che ci ha aiutato a scoprire tutta questa storia e ci ha aiutato a capire vari aspetti che nemmeno Simone, che è originario di Rieti, conosceva. Abbiamo creato quindi dei gruppi di lavoro per chiedere alle persone giovani cosa volessero da questa città, che cosa mancasse, che cosa dovessimo fare noi in qualità di progettisti e in che modo potessimo aiutare con il nostro progetto.
Artemis
Così siamo arrivati ai tre poli che erano le tre cose più chieste dalle persone del posto.
Simone
Quindi da una parte c’è la città storica molto chiusa di carattere medievale con dei muraglioni che tagliano la vista e la percezione del fiume; ad un certo punto, in corrispondenza con un asse ben definito, abbiamo “aperto” questo muraglione, trasformando il dislivello che andava a generarsi in una platea, un anfiteatro. Lo spazio prosegue verso il fiume dove abbiamo ideato delle pedane in legno o altri materiali naturali: questo per permettere alle persone di affacciarsi e di ricostruire un rapporto con il fiume. È stata pensata anche tutta una rete di mobilità pedonale e ciclabile che mette in correlazione tutti questi tre punti. Il secondo polo, quello dell’antico ponte romano, ha un carattere più sociale, poiché in quella zona ci sono bar, pub e ristoranti, abbiamo allargato lo spazio antistante, creando delle insenature generatrici di aggregazione, creando al contempo delle connessioni verticali e diagonali con il verde che diventa un verde attrezzato.
Artemis
Passando invece al terzo polo, il cui tema è decisamente più naturalistico, si giunge ad un’area un tempo dedicata alla navigazione leggera; ci è stato riferito che storicamente questa parte era utilizzata sia per il trasporto che come luogo per rinfrescarsi durante i mesi estivi. Anche qui, di conseguenza, sono state pensate delle pedane sull’acqua, unite a dei percorsi pedonali e ciclabili, il tutto accompagnato dalla presenza della vegetazione. Sono presenti anche dei giardini tematici dedicati a dei particolari storici della città di Rieti: uno dei giardini è stato dedicato a San Francesco di Assisi, a cui abbiamo dedicato anche delle piastrelle in ceramica disegnate a mano da noi, un altro giardino è stato invece dedicato all’indipendenza delle donne che usavano il fiume come fonte di lavoro e di emancipazione sociale.
Simone
Ci sono anche tutta una serie di spazi allestiti in maniera basica e trasformabile per eventi: ci era stato chiesto di fare in modo che il fiume fosse personalizzabile senza un’azione istituzionale. Sono aree aggregative di diversa conformazione e identità, affinché chiunque possa trovare un suo spazio lungo il fiume.

Come nasce l’idea per l’installazione presso il Rifugio di Rivodutri sui Monti Reatini, che ha ricevuto il 1° premio al Concorso per lo Sviluppo dei piccoli Comuni del Lazio?
Artemis
Questo progetto nasce da un dialogo con l’amministrazione locale: il progetto deriva dalla necessità di sistemare il rifugio esistente di Rivodutri. Questo luogo è, tra le altre cose, un posto privo di inquinamento luminoso, tant’è vero che molte persone vi si recano per vedere le stelle, per fare osservazione astronomica. Ci siamo quindi detti che, essendoci già sia il rifugio che la montagna, perché non pensiamo ad un posto che possa aiutare le persone ad osservare il cielo?
Simone
Poi abbiamo trovato un po’ tutte le difficoltà che sempre emergono nella fase progettuale, ci siamo trovati davanti a pochi fondi e vincoli enormi. Abbiamo quindi deciso di progettare una struttura rimovibile adatta alla montagna, qualcosa di simile ad una tenda per le escursioni. Ed è allora che nascono questi pali tubolari che sono tesi l’uno con l’altro attraverso una di quelle reti sceniche, come se fosse un tessuto leggero. All’interno di questo sviluppo verticale abbiamo pensato ad una serie di bucature da utilizzare ognuna in una maniera diversa: di sotto per lasciare gli zaini o accamparsi con un sacco a pelo, a mezza altezza c’è un buco in questa rete in cui si può stare seduti e dove si trovano tre posti ed un letto, dall’altra parte a incastro tra questi due spazi si trova una poltrona. L’idea era quella di stare in mezzo alla natura in una struttura effimera in cui puoi avere la sensazione di stare sospeso sopra terra grazie a questa rete leggerissima.
Artemis
Adesso verrà realizzata la prima parte di questa struttura: abbiamo sviluppato sia un sistema di pannelli espositivi pensati per valorizzare questi luoghi naturali, sia la struttura in tubolare metallico piegato.

Potete raccontarci la vostra esperienza alla 11ª Biennale della Grecia, in cui è stato presentato il progetto di Espansione del Lungomare di Salonicco?
Artemis
Sicuramente essere parte di una Biennale è un’esperienza unica, era anche la prima volta e devo dire che è stato stupendo. La Grecia, dopo essere uscita dalla crisi economica, ha ripreso a trasformarsi, ci sono tanti progetti nuovi e concorsi annuali che trasformano sia le città grandi sia quelle piccole. In questo contesto di crescita generale c’è una forte partecipazione da parte di architetti greci ed internazionali. In ogni caso, vedere il proprio progetto tra i migliori dell’anno è stato sicuramente un onore.È stato un concorso in cui tutti i concorrenti hanno presentato delle idee ben pensate, dei progetti molto interessanti, rivolti ad un tema centrale per la città, dato che Salonicco è una città che si affaccia sul mare, quindi per certi versi il suo lungomare è proprio il cuore della città. E per me, che ho vissuto tanti anni a Salonicco, vedere questo progetto che nasce da una forte domanda che parte dalla cittadinanza e si rivolge all’amministrazione, e vincere il terzo premio è stato un grande onore.
(nota: il progetto è stato realizzato in collaborazione con gli architetti Τ. Mousmoulidis e D. Stefanakis)

Quale progetto vi ha dato più soddisfazione?
Simone
Direi Rieti. Si trattava soprattutto della necessità di mettersi alla prova: eravamo usciti da diversi anni in uno studio strutturato, questa volta la sfida era diversa, dovevamo ricostruire tutto. Al di là del risultato che può essere giudicato buono o no, con il senno del poi posso dire che siamo orgogliosi del lavoro svolto.
Artemis
Anche se successivamente abbiamo fatto altri concorsi, sia in Italia che in Grecia, vedere questo progetto con il tempo giusto, perché avevamo più tempo del solito, e soprattutto vederlo maturare giorno dopo giorno per noi è stato un modello che ci ha permesso di approfondire la nostra metodologia.
Simone
Quindi, a parte questo, è stata interessante la collaborazione che abbiamo avuto con i colleghi e con le persone del luogo, permettendoci di riscoprire un processo partecipativo, una cosa radicata nel territorio, che motiva le persone a parlare della cosa pubblica.
Artemis
Così la cosa più interessante è stata che quando il progetto ha iniziato a diffondersi nei media locali, abbiamo notato l’aprirsi di una conversazione tra le varie generazioni su cosa significa vivere e sfruttare una città e i suoi spazi pubblici. Nei giovani il progetto ha trovato un successo indiscusso, riportando grande entusiasmo, mentre la generazione più “matura” ha veramente difeso molto più intensamente lo stato di fatto dimostrando di non voler cambiare.
Simone
Era un tema – quello di fare un progetto il meno impattante possibile – a cui abbiamo tenuto tantissimo, abbiamo in parte ridotto il suolo permeabile, ma abbiamo risolto aumentando le alberature nelle zone circostanti, non è più un verde abbandonato ma un verde accessibile.
A cosa state lavorando ora?
Artemis
Proprio adesso stiamo lavorando ad un progetto in Grecia, un’associazione culturale di Drama – dove sono nata – ci ha affidato un incarico per il recupero e la trasformazione di una casa storica della città, al fine di trasformarla in un museo di storia locale con un nuovo spazio espositivo interno ed esterno. La nostra proposta si sostanzia in un ripensamento completo della struttura e degli spazi interni. L’edificio è nato come un’abitazione, quindi ha bisogno di un restauro e di un consolidamento importante per il futuro intervento, specialmente visto il cambio d’uso da abitazione privata a museo. Dal punto di vista strutturale la costruzione verrà dotata di un endoscheletro metallico utile a scaricare i pesi della vecchia muratura. Verrà anche realizzato, di fuori, un nuovo edificio per delle esposizioni temporanee, mentre il resto dell’area esterna, dove si troverà un anfiteatro e degli attrezzi per l’attività all’aperto, avrà un carattere più aggregativo.
Cosa vi augurate per il futuro?
Simone
Lasciando Barcellona sapevamo che aprire uno studio sia a Rieti che a Drama avrebbe comportato un cambio radicale nella nostra quotidianità come architetti, quasi un cominciare da zero per ricostruire qualcosa. Non abbiamo mai lasciato il desiderio di fare grande architettura, anzi quello è un po’ l’obiettivo finale, però eravamo pronti al fatto di ricominciare dalle cose piccole. Parte del nostro tempo lavorativo è occupato da burocrazia che per uno studio di architettura piccolo, appena aperto, in Italia e in Grecia, è moltissima. Quindi il nostro sforzo è quello di ritagliarsi più spazio possibile per fare delle sperimentazioni sulla progettazione. Questo è quello che ci auguriamo, di avere sempre più tempo per l’architettura.
Fonti:
Spazio Trasversale Architects
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