Testo tratto dall’intervista con Matteo Romanelli architetto in data 28/03/2025
È un altro aspetto molto importante della nostra ricerca: lavorare spesso su tematiche o argomenti non propriamente consoni al nostro lavoro o così immediati.
Come nasce la tua passione per l’architettura? Quando? Dove?
Ho ereditato uno studio, quindi è una passione di famiglia. Giorno e data precisi non li so, nel senso che da quando sono nato ho vissuto negli studi, dal vecchio tecnigrafo alla lavagna che si illuminava per ricalcare i disegni. Ho passato quasi tutta la mia vita più in uno studio di architettura piuttosto che a casa. È una passione che porto dentro.

Da chi e/o da cosa trai ispirazione nel tuo lavoro? Hai un mentore particolare?
Mentore particolare no per varie ragioni. Io mi sono laureato a Vallegiulia, a Roma, in un periodo in cui la Facoltà di Roma era un’accademia molto particolare. Non si portavano quasi mai lavori specifici o architetti come format da studiare e interiorizzare. Chiaramente poi, con l’inizio della professione, partecipando ai concorsi e lavorando, ho iniziato a capire un pochino qual era il modello (o i modelli) di riferimento, che probabilmente avevo già in testa ancora prima di conoscerli. Da Herzog & De Meuron, MVRDV, Barozzi Veiga, Aires Mateus, fino a studi che purtroppo in Italia paradossalmente si conoscono ancora troppo poco ma che all’estero chiaramente sono dei mostri sacri, come ad esempio LAN e XDGA.
Qual è stato il tuo primo incarico?
Come primo incarico in assoluto ho partecipato a un progetto di restauro abbastanza importante a Spoleto, di un palazzo storico per conto del Comune. Ero molto giovane, appena laureato, e ho partecipato con lo studio di famiglia.
Il vero incarico che ho seguito dall’inizio è stato quello della Scuola Sabin, che stiamo portando avanti in questi giorni. È un concorso di Scuola Futura, del 2022-2023.

Ci puoi descrivere il progetto per la Scuola Primaria Albert Bruce Sabin a San Gemini?
È un progetto al quale teniamo moltissimo come studio, perché lavoriamo quasi esclusivamente su committenze pubbliche tramite concorsi di progettazione. Quello dei concorsi è uno strumento nel quale crediamo moltissimo, anche perché va un pochino fuori dai soliti schemi tutti italiani di progetti per gare o magari anche per conoscenza. È basato su una concorrenza molto leale, in forma anonima, e quasi sempre vince il progetto migliore. Chiaro che è uno strumento che andrebbe rivisto, migliorato e anche potenziato in alcuni suoi aspetti, però è anche vero che allo stato attuale, secondo noi, è l’unico modo per poter arrivare ad avere un progetto di qualità.
La Scuola Sabin è un progetto che è stato iniziato nel 2022 con il concorso Scuola Futura e riguarda la demolizione e ricostruzione di una scuola primaria, in un comune vicino a dove abbiamo lo studio, in Umbria, a San Gemini. È una scuola che noi abbiamo ripensato completamente in legno, in XLAM. Ha anche un volume molto particolare, perché gioca su un progetto pedagogico, molto all’avanguardia. È stato importante come progetto, perché ci ha permesso anche di lavorare con dei professori di Perugia di Scienze della formazione primaria. Ed è stato, appunto, il primo progetto che forse ha avuto una risonanza un pochino più alta rispetto agli altri, anche se comunque prima di questo avevamo seguito l’ex ospedale di Orvieto, come restauro per fare una Casa di comunità e poi un Ospedale di comunità per l’ASL.

Com’è nata la committenza per il Pratuccio a Santa Fiora?
Con il mio collega, l’Architetto Francesco Nicolai, con il quale collaboro in ogni commessa da quando abbiamo iniziato a progettare opere pubbliche e che è originario della zona di Grosseto, abbiamo avuto un contatto diretto con il comune. Vedendo i lavori che facevamo e il nostro modo di fare ricerca o anche di approcciare i progetti, hanno ritenuto valido il metodo utilizzato e quindi ci hanno affidato questo progetto.
Lavoro anche qui molto interessante, perché praticamente riguarda un intero ambito urbano, un ex albergo diffuso in mezzo a un parco, dove noi abbiamo seguito un primo lotto e ora stiamo ultimando anche il terzo. C’è anche tutto lo spazio verde, che però deve ancora essere affrontato. Questa è una commessa alla quale teniamo in maniera particolare, perché ci ha permesso di progettare, come è stato per la Scuola a San Gemini, un intero ambito, che è anche una particolarità, perché tutto sommato siamo uno studio ancora under 40, e quindi abbastanza giovane in Italia.
È un progetto molto interessante. Da una parte c’è una demolizione e ricostruzione di un edificio, una progettazione più libera. L’altro lotto è invece un progetto complicato perché c’è la demolizione di una parte di un fabbricato, con un ampliamento di XLAM sul piano superiore.
È un bel progetto e soprattutto è un intervento importante anche per il comune, perché dà valore e forza a un ambito completamente abbandonato con una tematica molto innovativa, che è un hub per nomadi digitali. È un altro aspetto molto importante della nostra ricerca: lavorare spesso su tematiche o argomenti non propriamente consoni al nostro lavoro o così immediati.

Ci puoi raccontare la tua esperienza da “alta quota” con Rifugio Tommaso Pedrotti?
Cerchiamo di fare progetti con tematiche molto distanti dal nostro fare quotidiano. Abbiamo visto questo concorso di progettazione e abbiamo deciso di partecipare proprio perché era un tema del tutto estraneo alla nostra pratica o ai progetti che stavamo seguendo in quel momento. Al di là dell’esito del concorso, perché chiaramente non sappiamo mai a che punto della procedura arriviamo, è stata un’esperienza molto interessante. Ci ha dato la possibilità di lavorare su un tema completamente nuovo, anche lì di riuso di un edificio esistente, in alta quota, cosa molto complicata.
Paradossalmente, subito dopo quel progetto ne abbiamo fatto uno simile per un concorso della Provincia di Terni sul restauro della Rocca Albronoz. Anche quello è stato una bella avventura, perché era un cantiere progettato con l’utilizzo di un elicottero.
È un altro tema a noi molto caro. Intervenire su una preesistenza andando ad innestare dei volumi o dei corpi che possano in qualche modo sia giocare e dialogare in modo consistente, sia, allo stesso modo, distaccarsi completamente e fare vedere la vera e propria architettura che noi cerchiamo di portare avanti con la ricerca.

Quale progetto ti ha dato più soddisfazione?
C’è un progetto in particolare, quello di un asilo nido, che abbiamo seguito a Terni, che probabilmente è il progetto al quale tengo di più, anche se poi non stiamo curando la direzione dei lavori. È il primo lavoro che abbiamo fatto qui nel comune in cui abbiamo lo studio, ma è importante anche perché segue sempre un po’ la tematica della scuola, degli edifici per bambini.

Magari, insieme a questo anche l’ex ospedale di Orvieto, perché è stato un intervento molto complesso nel suo genere. È un edificio che si trova davanti al Duomo di Orvieto, in un contesto urbano e storico di grandissimo valore. È stata anche quella un’avventura molto appassionante, perché abbiamo portato un intero complesso storico, nel centro di un comune molto conosciuto, ad essere un edificio ZEB. Ha richiesto molto lavoro e molto studio, anche dal punto di vista tecnico, oltre che di forma e di linguaggio architettonico.

A cosa stai lavorando ora?
Al di là dell’attività di gare e concorsi, allo stato attuale stiamo portando avanti tutti i cantieri delle scuole. Abbiamo attivi una mensa e l’edificio a Santa Fiora, del Pratuccio, dove stiamo arrivando al termine e dove stiamo giungendo al termine dei lavori.
Stiamo anche seguendo un altro tema, totalmente nuovo e fuori da tutti gli schemi: una casa funeraria, quindi un ambito e una ricerca molto particolari. Ci ha preso molto tempo, perché dovevamo studiare un settore del tutto nuovo e a noi sconosciuto, capendo anche un po’ come relazionaci con il linguaggio da utilizzare in questo progetto.

Cosa ti auguri per il futuro?
Ancora prima di lavorare e continuare a fare opere pubbliche, probabilmente di proseguire con la nostra ricerca. Di non appiattirci mai su soluzioni già sperimentate o su un linguaggio che diamo per scontato, ma continuare a produrre progetti di qualità, che sono molto faticosi e che alla fine danno i loro risultati, i loro frutti.

Fonti:
Matteo Romanelli architetto
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